EnglishEnglishItalianoItaliano
News & Offerte

La Juta a Montevergine

Un viaggio nella storia scandito dal ritmo della tammorra

I battiti della Juta a Montevergine si sono appena spenti, ma nell’aria che accompagna la transizione verso l’autunno risuona ancora l’eco di una delle tradizioni più radicate e antiche della Campania. Anche quest’anno, il pellegrinaggio di settembre verso il Santuario ha trasformato i vicoli di Ospedaletto d’Alpinolo in un crocevia in cui il misticismo e il folklore si fondono in un’unica espressione. Accogliere chi viaggia significa farsi narratori e protettori di queste radici, svelando un’identità complessa che va ben oltre la pura bellezza paesaggistica.

La devozione che sfida le intemperie

Nel dialetto locale, la parola “Juta” indica letteralmente l’andata, la salita devozionale verso la Madonna, da sempre invocata dal popolo come Mamma Schiavona. Si tratta di una celebrazione che non si ferma davanti a nulla. Persino le piogge di fine estate, capaci di stendere un lucido velo d’acqua sulle strade, non riescono a disperdere i devoti. L’attesa sotto i balconi, nei portoni o davanti alle botteghe dei vecchi costruttori di tammorre si carica di una pazienza quasi sacrale. E non appena il cielo concede una tregua, l’asfalto umido cessa di essere un luogo di passaggio per diventare la navata di un tempio a cielo aperto, calpestato dai piedi nudi dei danzatori.

La fronna, la sponta e il tamburo a cornice

L’accensione di questo rito segue precisi e antichissimi codici orali. Prima che le percussioni impongano il loro ritmo, il silenzio è infranto dalla fronna ‘e limone, un canto a cappella, vibrante e acuto, nato tra i campi come strumento di comunicazione a distanza. Nella liturgia della festa, questa voce funge da richiamo e sfocia nella sponta, il momento esatto in cui il cantore intona la prima strofa a tempo e le mani colpiscono all’unisono le pelli tese.

Questa complessa subcultura si innesta su una matrice antropologica che attraversa tutto il Centro-Sud, unificata dalla presenza del tamburo a cornice. Ogni territorio ha declinato l’uso di questo strumento in base alle proprie necessità e alle proprie ferite. In Puglia, i tamburelli frenetici della pizzica servivano a curare attraverso una trance estenuante le donne tarantate, vittime, secondo la tradizione, del morso di un ragno, ma in verità oppresse da rigide pressioni sociali. In Calabria, la tarantella si struttura in rigide gerarchie governate da un maestro di ballo, mimando antichi duelli. Tra Molise, Abruzzo e Marche, il saltarello celebra allegramente la fine della mietitura. In Campania, invece, il battito della tammurriata diviene una preghiera di carne e sudore, un abbandono fisico totale dedicato alla devozione mariana.

Un sincretismo millenario all’insegna dell’accoglienza

Le pendici del Partenio nascondono una stratificazione religiosa vertiginosa. Prima del santuario cristiano, la montagna era consacrata a Cibele, la Grande Madre, i cui sacerdoti si lanciavano in danze estatiche al ritmo di percussioni identiche a quelle odierne. Nel corso dei secoli, la divinità pagana si è fusa con la Vergine Maria, ereditandone l’incondizionata capacità di accoglienza.

Con il suo volto scuro e bizantino, la Madonna nera è divenuta il rifugio per eccellenza degli emarginati. Una leggenda del 1256 narra che due giovani amanti omosessuali, condannati a morire di gelo, furono salvati da un raggio di sole inviato dalla Vergine, rendendola per sempre la protettrice dei femminielli. La rota, il cerchio umano formato dai ballerini, rappresenta ancora oggi uno dei rari spazi in cui ogni rigida gerarchia sociale svanisce a favore di un’uguaglianza assoluta.

Allegorie, metafore e canti a dispietto

Quando i ballerini si fronteggiano nella pettata (un avvicinamento carico di tensione in cui i corpi si sfiorano accompagnati dal suono ligneo delle nacchere, anche dette castagnette), le strofe cantate assumono un ruolo cruciale. I viesi non sono improvvisati, ma rappresentano preziosi archivi storici in codice. Le classi meno abbienti, non potendo esprimere liberamente dissenso o pulsioni, ricorrevano alla terminologia agricola per eludere la censura.

Le allegorie legate a frutti, aratri o corsi d’acqua celavano desideri carnali e riti di fertilità. In altre occasioni, il canto diventava strumento di feroce satira politica. L’uso della melodia della “Carmagnola”, giunta con le truppe francesi nel 1799, fu ad esempio sovvertito dal popolo e dai sanfedisti per trasformarsi in un inno di resistenza contro gli invasori. Tutto avviene attraverso il canto a dispietto, un duello in cui si lancia una provocazione e si risponde a tono. Se la memoria cede, si ricorre alla barzelletta, una sequenza di rime casuali utile a preservare la metrica, impedendo che il ritmo si spezzi, facendo però capire all’altro cantore che dovrà continuare a cantare da solo.

I cicli della tradizione e l’ospitalità di Dimore De Luca

La Juta a Montevergine chiude simbolicamente la cosiddetta stagione delle Madonne, il ciclo devozionale che si apre all’inizio dell’anno in occasione della Candelora del 2 febbraio. Con l’estate che si appresta a volgere al termine, anche la stagione turistica, in cui le nostre strutture fungono da approdo strategico per esplorare il territorio, si avvia verso la sua fisiologica pausa invernale.

Proprio come un rito antico che si rinnova, i mesi di chiusura assecondano un ciclo vitale imprescindibile e necessario. Mentre la natura riposa, i nostri appartamenti vengono meticolosamente rinnovati e perfezionati per continuare a offrire quegli standard elevati di qualità, pulizia e comfort che ci contraddistinguono. Nel silenzio della bassa stagione, ci prepariamo ad accogliere i futuri ospiti, confermandoci come un solido punto di riferimento per tutti i viaggiatori desiderosi di esplorare la Costiera Amalfitana e scoprirne l’anima più profonda e immortale.